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Lettera aperta alla Rivoluzione

di Ferdinando Petrarulo

Lettera aperta alla Rivoluzione

Cara R;

Guardavo le immagini dei francesi e mi chiedevo quando saresti arrivata. Conosco bene i tuoi modi da bohémien del cazzo. Mai dare appuntamenti e arrivi quando arrivi, chissà poi quando e perché. Ma il fatto che io ti conosca non ti giustifica affatto, neanche riesco a capire se tu sia davvero qui con me. Che poi, pensandoci, io di persona non ti ho mai incontrata. Di te ho letto, ho studiato, ho sognato. E tutto questo vaneggiare ha caricato di rabbia i momenti in cui ti ho creduta più vicina che mai.

A volte, se devo dirtela tutta, l’impressione che ci stessi guardando l’ho avuta eccome. Altre invece ho pensato di averti incrociata e di non essere stato abbastanza bravo da riconoscerti. Ora che queste parole potresti davvero leggerle, sono pietrificato. Sento soltanto rumori assordanti e non riesco a distinguerli. Ho pensato per anni a quello che ti avrei vomitato in faccia senza rimorsi, ma ho l’affanno e sono terrorizzato. Che sia rabbia o paura fa lo stesso, non posso fermarmi.

Anche tu mi conosci, lo sappiamo entrambi. Dal momento in cui i miei polmoni si sono riempiti per la prima volta dell’aria di questo mondo, tu eri lì, nascosta. Anche prima che venissi alla luce, nell’epoca del benessere che non ho ereditato dai miei genitori, eri lì. E tutti maledicevano la tua memoria. Tutti pensavano che ti fossi dileguata per sempre. Dopo il decennio di piombo, dopo le bombe, dopo i morti ammazzati. Tutti hanno sputato sulla tua carcassa fresca.

Ti ho persino compatita leggendo di quegli anni successivi: tutti a rinnegarti, a escludere fermamente che tu possa aver offerto il tuo corpo alla causa. Tutti a parlare di strumentalizzazione e a disconoscerti prima che fosse troppo tardi per ripulirsi coscienza e reputazione. Nei libri ho trovato solo pentimento da parte di chi si era servito di te per dare un senso alla propria esistenza. Che fossero rossi, neri o anarchici il ritornello era sempre lo stesso: “Non lo rifarei, furono anni bui”.

Eppure io una cosa da confessarti a riguardo ce l’ho. Di chi ti ha trattata da donna non ho alcun rispetto, di chi ti ha trattata da puttana ancora meno. Marcirà all’inferno (e forse lo sta già facendo) chi ha spremuto i decenni a venire dimenticandosi del tuo nome e del tuo contributo. Marcirà all’inferno chi ti ha sfruttata e poi abbandonata senza pudore. E marcirà con loro anche chi ha creduto che fossi sincera. Qualcuno dalle parti di Londra o del Costa Rica deve ancora pagarti il conto e chissà se lo farà mai.

Lettera aperta alla Rivoluzione

Eppure il tuo nome lo urlavano tutti. Dal bombarolo al sagrestano, dallo studente all’operaio. Le fedi diverse avevano soltanto una cosa in comune: il repentino innamoramento per te, per la Rivoluzione. E a qualcuno, mi chiedo, sarà pur servito il sangue di chi è morto nel tuo nome o per causa tua. Agli ingrati della storia, ecco a chi. A tutti quelli che ti hanno ben presto sostituita con un posticino in banca, con i milioncini di lire a tempo indeterminato e due figli, possibilmente maschio e femmina. Perché pensare per poco più di dieci anni a qualcosa di più grande del singolo individuo bastava e avanzava. Era arrivato il momento dell’orticello.

Allora sai che ti dico, non ti ho soltanto compatita, ho compreso la tua scelta. Scomparire, nascondersi, rimanere a guardare l’Italia delle stragi che diventa l’Italia del boom economico. Che se vogliamo può essere anche rigenerante prendersi una pausa dal tritolo e dai sequestri di persona. E forse potevi permettertelo, mentre tutto scorreva liscio senza intoppi. Avevo già sentito di tue lunghe pause, di periodi storici in cui non ci hai degnato della tua presenza. Di momenti in cui non hai ritenuto necessario intervenire, sebbene le condizioni lo richiedessero.

Ho pensato anche di perdonarti per non esserti accorta di nulla dopo la mia nascita, ma come potevi. Non ti reputo infallibile, tutto il contrario. Magari hai creduto anche tu alla fiaba del progresso a tutti i costi o a quella dei mercati che si autoregolano. Potrebbe aver confuso anche te questo letto di chiodi ben nascosti dalla bambagia. O forse ti ha investito la stessa velocità con cui è cambiata la mia vita senza che qualcuno si ponesse davvero la domanda delle domande: cosa stiamo sacrificando? Eppure eri lì, superiore a tutti, a guardarci avvicinare pericolosamente al nostro personalissimo burrone.

Per questo non posso perdonarti. Dopo tutto quello che hai vissuto avevi il dovere di restare in guardia. Alla tua morale racconterai dei ragazzini disillusi che hai abbandonato a loro stessi? Non ci siamo accorti che si stavano prendendo tutto e che noi glielo stavamo dando, del resto è la nostra prima vita questa. Ma per te no, tu ne hai vissute centinaia. Dovevi proteggerci.

Nell’ultimo periodo, invece, ho pensato che volessi punirci. Per non aver coltivato una coscienza collettiva a favore dell’individualismo più spudorato, ad esempio. Troppo distratti dall’agiatezza di plastica che ci hanno costruito attorno e dalla nostra missione nel mondo della competizione. Per non aver capito in tempo che un bluff doveva pur esserci, che prima o poi avremmo dovuto restituire tutto. E ti capisco bene, io stesso non mi perdono per tutto questo. Ho regalato il mio tempo alla smania materiale del nostro tempo. Ho cercato di redimermi con il pensiero, a volte, tentando di comprendere la falla nel sistema, l’ingranaggio difettoso. Ma la verità è che sono stato ingannato anch’io assieme a tutta la mia generazione.

Ora però dimmi la verità. C’eri a Milano nei giorni scorsi? E a Torino sotto i manganelli? A Roma di fronte agli idranti? Io ho bisogno di una risposta da te, ora. Lo senti cosa dicono gli amici dei miei genitori? Quella cricca di tuoi figli ingrati che hanno potuto comprarsi una casa qualsiasi fosse il loro impiego? Stanno cercando di sminuirci ancora una volta, come hanno fatto per tutta la loro schematica vita.

Cercano di riunirci tutti sotto il novero degli spaccavetrine per diletto. Della bufera hanno una paura ladra, ma la travestono da saccente fermezza come fanno da quando ho memoria. Hanno paura di essere spazzati via e come biasimarli. Dalle scrivanie dei loro uffici hanno semplicemente lasciato che tutto scorresse, tanto il posto ce l’avevano, la casa pure e la macchina era nel box. E gli stolti hanno anche pensato di consegnarci un mondo integro, meritocratico, comodo come quello che li aveva visti crescere, come quello che li aveva resi la classe media più felice della storia. Se non si sono accorti di nulla hanno torto, se hanno fatto finta che nulla stesse accadendo che vengano spazzati via senza distinzione alcuna.

A maggior ragione se chi di te ha soltanto sentito parlare per vie traverse oggi cerca di arginare il tuo ritorno. Cerca di distogliere l’attenzione da quello che sta succedendo nelle piazze. Non permetterò agli alfieri della vita comoda di ostruire la strada che potrebbe portarti da me. Per questo ho bisogno di sapere se ci sei e ne hanno bisogno tutti i miei compagni. Non vogliamo la certezza che tutto questo non sia un fuoco fatuo, vogliamo soltanto avvertire la tua presenza, mia cara R.

E se mi chiedi il perché io la risposta ce l’ho già pronta da un pezzo. E’ questo il momento di approfittare del risveglio di una minoranza dal grande tranello collettivo. Non sono pochi quelli che, in questo momento, si stanno svegliando dal sogno del ventunesimo secolo. Non possiamo far passare anche questo treno. Abbiamo il dovere di riunire tutte le proteste sotto un’unica grande cupola. Dagli agricoltori agli operai, dalle università ai licei, dai figli di papà agli spaccavetrine. Siamo tutti parte di un’unica classe oppressa da chi per troppo tempo è stato considerato un’eccellenza della nostra società, per il solo motivo di aver fatto una montagna di soldi. Ora devono spiegarci, dal primo all’ultimo, perché noi non godiamo dello stesso diritto di costruire una vita stabile di chi ci ha preceduti. Nonostante sia stata proprio questa la grande promessa rifilataci a suon di slogan, nonostante le ore passate a lavorare e a investire sul proprio futuro, proprio come ci avevano consigliato di fare.

Il meccanismo si è inceppato, le maschere sono cadute. Chi ci ha continuato a dire che chiunque poteva diventare chiunque stava soltanto cercando di sovraffollare categorie e settori, per continuare a speculare indisturbato. Chi ci ha venduto il sogno stava lavorando per renderlo inaccessibile quel sogno. Ed ecco il risultato: una generazione senza punti di riferimento, in preda alla psicosi generale, alla paura di non farcela e alla certezza di essere stata abbandonata.

E ora ci rivolgiamo a te, cara R, perché non ci resta molto altro. Non è una causa politica la nostra, è qualcosa di molto più grande. Non vogliamo distruggere tutto in nome di qualche santone o di qualsivoglia ideologia. Vogliamo distruggere tutto per la nostra vita. Perché dalla cenere rifiorisca un sistema meno incancrenito di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere dopo anni di mirabolanti promesse.

Io a questo punto sono anche disposto a perdonarti per non averci protetto a tempo debito, a patto che ti faccia vedere, qui e ora. E voglio che torni con tutta la forza che hai perché sono stanco. Sono disposto a sacrificare il poco che ho, e con me molti altri, ne sono certo, pur di far crollare il sistema come lo conosciamo. Non so se la nostra sarà una lotta armata, non conosco il sacrifico che comporterà. So soltanto che sarà una lotta necessaria, indispensabile alla sopravvivenza della mia generazione. La repressione è già arrivata e i manganelli hanno già fatto risuonare qualche osso, ma è il prezzo da pagare. In una lotta ci sono sempre due parti ed entrambe hanno il diritto di non venir meno nel momento dello scontro. Tu invece arriva presto, non possiamo rischiare che tutto questo venga sedato. Dovrebbe essere il nostro prologo, eppure continuo ad aver paura che tutto possa finire da un momento all’altro e che i nostri aguzzini, quelli che non vogliono fermare le stampanti di smisurata ricchezza, possano tornare a fare di noi ciò che vogliono.

In piazza vedo sguardi diversi tra di loro. C’è chi ancora non riesce a realizzare e chi cammina dritto verso l’incertezza. Chi si sente finalmente parte di qualcosa e chi è lì solo per gli scontri. Ben vengano tutti, dal primo all’ultimo. Hanno soltanto bisogno di te. Hanno bisogno di vederti, di sentirti tra loro, cercano in te una guida. Faranno degli errori, questo è certo, ma almeno li faranno nel tuo nome. E quando bisognerà pagare il conto sapranno di aver agito per rovesciare un meccanismo putrefatto e saranno ben contenti di farlo.

Da quando mi hai visto per la prima volta aprire gli occhi sapevi che un giorno ci saremmo incontrati e io a questo punto mi chiedo: se questo giorno fosse ora? Non pensi che sia proprio il momento di cadere su di noi e mostrarci la forza che non credevamo di avere? Non ignorarmi, ti prego. Non fare finta di nulla. Noi senza te non possiamo cavarcela, non possiamo ritrovare una coscienza collettiva che non abbiamo mai avuto. Dobbiamo costruirla a partire da oggi e senza il tuo aiuto non potremmo mai riuscirci. Dobbiamo disfare le regole come le conosciamo per costruirne di nuove che ci assicurino un futuro.

Se ti avessi scritto questa lettera un mese fa probabilmente la rabbia mi avrebbe trascinato con sé. Ti avrei soltanto parlato del mio immobilismo e di quello dei miei compagni. Avrei preteso da te una spiegazione per il mancato arrivo nonostante le condizioni in cui versiamo. Oggi invece non sono più arrabbiato, piango dalla gioia, ti sento più vicina che mai. E in questa lettera a firma collettiva io ti chiedo soltanto di vegliare su di noi, nostra amata Rivoluzione. Stiamo per cominciare a lottare in tuo nome e io farò di tutto affinché, una volta vinta la nostra battaglia, nessuno potrà più dimenticarti. Al contrario delle generazioni che ci hanno cresciuto, farò di tutto per tenere viva la tua memoria e quella di un gruppo di ragazzi a cui non andava più bene nulla e che, solo e soltanto in tuo nome e con il tuo aiuto, cambiarono tutto.

Per quello che vale, questa è la mia solenne promessa, ora prendici per mano e guidaci verso l’unico futuro possibile. Non sarà indolore, ma di una cosa sono certo: mille manganelli non riusciranno a spegnere un solo fuoco che non sapeva di poter bruciare così forte.

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