L’immensa miniera di barbarie
Il significato dei maranza e delle vetrine sfondate.
Introduzione – Le autoassoluzioni
Lunedì 19 ottobre. Sveglia, doccia. Caffè e mezzo biscotto, non ho fatto in tempo a fare la spesa ieri. Mangerò a pranzo. Arrivo in ufficio, stranamente sono il primo. Il weekend è stato caldo nelle piazze europee. Apro il pc, voglio leggere qualche notizia, capire meglio cosa è successo.
Il Giornale - «Guerriglia rossa a Milano» - ma il maranza politicamente non mi pare abbia un colore in particolare. Com’è che loro lo vedono “rosso”?
Libero - «Delinquenti d’importazione» - mah, sarà che i maranza sono tutti vestiti total black. Da lontano è facile vedere tutto nero, dai vestiti al colore della pelle. Nei video di Milano mi pareva di aver visto un bel po’ di bianchi.
La Repubblica - «La guerra dei ragazzini - Domenica di devastazioni e saccheggi nel cuore di Milano. […] senza appartenenza politica» - forse il disagio è buono solo con una tessera di partito in tasca? Una in particolare, magari? I “ragazzini” son bravi e belli solo quando le mani dell’intellighenzia progressista si posano sulla loro testa, per impartirgli la benedizione?
Chiudo tutto, come non detto.
A questo pietoso codazzo di “giornali” nei giorni a seguire si è aggiunta la politica. Non era necessario attendere per indovinare con quali toni e contenuti. Bastava disegnare, a grandi linee, gli interessi di coalizione, ché le elezioni incombono.
Dunque.
Da un lato abbiamo i tutori della stabilità. Questi novelli Catoni, i campioni della libertà del vivere civile. Spezzeremo le reni ai maranza! Dobbiamo difendere i valori fondanti delle nostre democrazie! Dateci giusto giusto un minutino, ecco pronto un nuovo decretuzzo: una nuova fattispecie di reato, “partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche”; arresti in differita; fermo preventivo esteso ai minori tra 14 e 18 anni; divieti di raduno. Ma voialtri, manifestate sereni, vogliamo solo dare la caccia al maranza.
E quando il silenzio tornerà a regnare nelle piazze, finalmente l'emergenza sarà finita. Sotto l’eco dei passi solitari che la attraverseranno non sarà cambiato nulla, perché non c’era niente da cambiare. Tornerà la civiltà, l’ordine costituito, non i problemi che denunciate: quelli ve li siete immaginati.
Liquidano la faccenda vedendo nel maranza un intruso del terzo mondo. La soluzione finale? Fare il reso del pacco. Pensando così di poter rispedire indietro anche la rabbia della piazza, illudendosi sia solo un prodotto d’importazione.
E gli altri?
Gli altri dicono che bisogna comprendere le ragioni. Poi attaccano a compatire con aria grave e dolente, indulgente, paternalista.
«Poveri ragazzi! Cresciuti in quelle periferie, senza un futuro davanti…che cosa vi aspettavate?»
Gli passano una mano sulla testa, tenendosi a debita distanza. Ricostruiscono le loro disgrazie con la perizia di chi stia redigendo la relazione di un progetto fallito. Con la falsa premura che può fingere solamente chi non li conosce veramente, chi non li ha mai incontrati.
«Bisognerebbe ascoltarli. La loro rabbia è comprensibile, le ragioni sono giuste, sì, ma…»
Eccola. La sagra dei “ma”.
«Ma?»
«Ma la violenza è inaccettabile, ecco».
Bene, bastava dirlo subito.
È il teatrino della politica, bellezza. Veloce, la giostra ricomincia a girare, salta su e goditi il mal di testa. La realtà che sfugge, non riesci a intuirne nemmeno i contorni.
Una cosa, da una parte all’altra dell’emiciclo parlamentare, non è mancata. La mobilitazione bipartisan a sirene spiegate contro i maranza, promossi a nemici pubblici numero uno. Tutte le telecamere puntano sul maranza, tutte le penne vergano contro il maranza. Si fa di tutto, insomma, pur di non guardare altrove.
Dove?
Per esempio al Sud. Ci sono volute due settimane, non due ore, perché i notiziari raccontassero quello che stava accadendo: scaffali vuoti, distributori a secco, blocchi stradali. Il complesso politico-informativo, però, restava ipnotizzato dalle tute total black e dai passamontagna. Inchiodato sulle vetrine infrante e sui cappucci neri.
Ma, sapete, la realtà non sono solo i fatti.
Uno scaffale vuoto, una vetrina sfondata, un tir che blocca un’autostrada: questo è un fatto. Inequivocabile, duro. Sta là, ne devi solo prendere atto.
“Realtà” però è anche l’interpretazione che si dà ai fatti. E qui lo spettro si allarga, le chiavi di lettura si moltiplicano.
È qui che cominciano i problemi.
Perché i fatti stanno lì, certo, ma anche i copioni dei vari schieramenti politici, pensati per rinchiuderli dentro cornici interpretative che somigliano a gabbie. Dispongono con sapienza quali scene dovranno occupare gli schermi degli italiani, quali spiegazioni verranno avanzate per analizzare le immagini.
E difatti dei maranza in questi giorni si discute con schemi interpretativi triti e ritriti, categorie che conosciamo fin troppo bene. Sono le stesse con cui da decenni si orchestra il dibattito sull’immigrazione.
E se ci fosse di più?
Non si è sentito nessuno, ma proprio nessuno, parlare dei maranza come manifestazione di un’energia giovanile (brutale, pure).
Eppure è proprio questa energia, con tutta la sua carica distruttiva e le sue possibilità ancora inespresse, a mancare disperatamente al nostro paese.
Di giovanotti rispettabili in Italia ce ne sono già abbastanza. Davanti a questi fatti sanno già da che parte stare. No, non è tanto che si schierino a priori con la polizia, uniti nella lotta ai maranza. Non è che decidano veramente di stare da una parte piuttosto che dall’altra. Ne conosco tanti di giovani rispettabili – a volte mi sorprendo a essere uno di loro, senza rendermene conto – e so che il problema è precisamente il fatto che non decidono veramente. Accettano come naturale l'ordine esistente, tradotto lo status quo, e lasciano che sia questo a decidere per loro.
Per dire: se in Italia regnasse un ipotetico califfato dei maranza – a sentirli, tantissimi sembrano terrorizzati all’idea che possa realizzarsi entro i prossimi cinque anni – verosimilmente il giovane rispettabile abbraccerebbe senza troppe domande la shari’a.
Oggi questo giovanotto parla dell’ordine pubblico con la sollecitudine di chi ne fosse il personale custode. Ha venti, venticinque anni, ma nella sua voce si riconosce una stanchezza ben più antica. È alla continua ricerca di qualcuno davanti al quale sentirsi adulto. È già vecchio. Lo è nella paura che gli altri possano cominciare qualcosa che sfugga al suo controllo, nell’immediato bisogno di trattenere ogni gesto entro il perimetro rassicurante della propria rinuncia. Può professare opinioni progressiste, perfino dichiararsi rivoluzionario. Ma sì, le parole, le parole…
Rimane conservatore nell’intimo. Per la conservazione dello status quo, cioè. Qualunque esso sia.
È soffocato da una cappa gerontocratica - la stessa che orchestra il dibattito pubblico, i teatrini televisivi e le chiacchiere a vuoto - che non ha alcun interesse a costruire, solo a conservare. A lui si chiede di aspettare, di non disturbare, al più prendere le sembianze dei suoi aguzzini, implorare inginocchiato alle loro tavole che gli si lascino, almeno, i resti del pasto.
Un paese può, legittimamente, trovare insopportabile il caos distruttivo scatenato dai suoi figli. Dovrebbe però anche avere la decenza di riconoscere quanto sia osceno pretendere il loro silenzio quando davanti alle loro facce si chiudono, una dopo l’altra, tutte le possibilità di imprimere una direzione al paese in cui vivono.
Il giovane rispettabile che difende a priori lo status quo - qualunque esso sia, ripeto - celebra incomprensibilmente la sua condizione di semi-servitù. Pregusta la fettina di torta che gli verrà concessa dopo anni di onorata sottomissione, se qualcuno avrà la bontà di ricordarsi di lui.
Mi scuserete, se davanti a tanta composta remissività continuo a rispettare solo chi sfonda le vetrine.
Anche quando la sua rabbia è più chiara nel manifestarsi che nel comprendere se stessa. Certo, non si tratta di fare dei maranza degli eroi. La loro vicenda è decisiva perché costringe a fare i conti con una domanda che il dibattito pubblico non riesce a porsi: che cosa succede a un paese quando non sa più che farsene dell’energia della sua gioventù?
Proveremo a parlare del maranzismo cercando di rimanere saldi. Senza farci trascinare dalla corrente, da nessuna corrente. Pregiudizi, blocchi emotivi che sbarrano il passo e ci separano dalla realtà.
Il maranza come parto di un corpo sociale. Un pessimo genitore è quello che disconosce il figlio quando non soddisfa le sue aspettative. Pensa, solo perché ora lo tratta come un estraneo, di non averci più nulla a che fare. Ma soprattutto - e qua sta la falla, la stupida illusione – pensa per questo di non averci mai avuto a che fare. Falso.
Le auto assoluzioni fanno venire un po’ da ridere. Forse perché sono goffe, nel loro disperato tentativo di nascondere la realtà sotto il tappeto.
Un po’ come quei bambini che cadono, si sbucciano le ginocchia e ti guardano. Aspettano che tu gli dica che sì, stanno bene, non è successo niente. Se sei abbastanza sadico da non assecondarli - o semplicemente l’unico che sceglie di non trattarli come imbecilli solo perché sono dei marmocchi - fanno da sé: si passano una mano sulla ferita, mettono su un’espressione impassibile o un finto sorriso che mascherano il dolore lancinante, e vanno via.
Ecco. Davanti ai maranza, non corriamo a coprire la ferita con un cerotto. Non liquidiamo la faccenda con un decreto, una bella condanna morale. Dietro le grida d’allarme e le premurose auto assoluzioni della società civile “per bene”, c’è una ferita che non vogliamo riconoscere come nostra.
Provate a stare in silenzio. Tendendo bene l’orecchio, tra le grida selvagge che riempiono le piazze sentirete anche piangere. D’altronde, non mi è mai capitato di sentire grida di rabbia in cui non si nascondesse, da qualche parte, un pianto. Rabbia e dolore non sanno esistere l’uno senza l’altra.
1 - Il maranza e la sua violenza immaginifica
Lettera da Parigi
Vedevo dei corpi che prendevano velocità, le tute che si gonfiavano nella corsa, le scarpe che divoravano l’asfalto. Dalla spalla di un ragazzo partivano comete, sputate da un bazooka pirotecnico che oscillava al ritmo di ogni falcata. Correva curvo, appesantito eppure leggero come una saetta. Sparava contro i palazzi, verso il cielo, verso le camionette della polizia, rigando la notte di scintille incandescenti e sensuali. Gli altri gli correvano accanto, inghiottiti dal fumo che i fuochi stessi rovesciavano sulla strada. E nella nebbia accesa dai lampeggianti, davanti alle camionette del potere, un altro corpo prendeva a ballare, trovava un ritmo da imprimere al tumulto. Osservavo il caos passargli per le ginocchia, salirgli dalle spalle, e in ogni passo di quella danza vedevo un giovane che si scrollava di dosso l’ordine opprimente di questo mondo.
In queste scene ho visto il possibile allargarsi a ogni falcata. Ho visto la rivolta apparire in quel corpo che faceva della strada una festa. E sopra restava la scritta, tenerissima e assurda - benvenuti a Parigi, la città dell’amore.
Non spiegate a questi selvaggi come si fa la rivoluzione. Non insegnate loro come, prima di scendere in piazza, dovrebbero prendere coscienza di questo o di quest’altro punto programmatico. Come dovrebbero dotarsi di un’autocoscienza di classe. Quali parole dovrebbero usare per dare un nome alla propria rabbia. Quali obiettivi dovrebbero perseguire per renderla politicamente legittima.
Non restituiteci un maranza coi capelli blu, il megafono in mano, mentre agita cartelloni contro l’eteronormatività capitalistica o il binarismo cis-eteropatriarcale. Le sue mani devono restare libere, libere di devastare. La sua voce non ha bisogno dei vostri microfoni, quelli dei cortei come dei giornalisti. Non riempitegli le tasche con le vostre rivendicazioni, gli servono vuote, per ammassare le pietre che vi lancerà in faccia.
In poche parole. Lasciate stare i maranza. La loro forza sta precisamente nel fatto che non sono come voi.
Sì, sono perlopiù neri, ignoranti e rumorosi. Sì, sono italiani al 100%. Mettetevi l’anima in pace, non potete farci un cazzo. E sì, hanno un portato energetico grezzo e fracassone, da terzo mondo: quasi non riescono a parlare, gridano e basta, sparano la musica a volumi incompatibili con il più elementare dei ragionamenti. È così, che si sentono esistere. Sono soltanto dei selvaggi, incapaci di comprendere il mondo senza le vostre istruzioni per l’uso.
Ma io dico: prendiamo sul serio la violenza dei maranza.
Non hanno la volontà, la capacità né il desiderio di costruire un futuro diverso. Lontanissimi dalla vostra idea di rivoluzionario consapevole e ortodosso. Sono immaginifici, questi neri – per la cronaca, ci sono anche parecchi bianchi culopiatto, tra i maranza, cette bande de racaille…
Sono l’intervallo che spezza il film proprio sul più bello, mentre tutta la sala era col fiato sospeso. Stop! Quando l’audio si blocca, schermo nero - «che succede?!» - i faretti si accendono - «minchia, non vedo un cazzo!» - il vicino che vi cerca con lo sguardo sconsolato, alla ricerca di umana comprensione - «e che cazzo! Proprio adesso che stavano partendo gli inseguimenti e le crivellate!»
Intervallo. Entra il maranza. Sì, proprio adesso. Alza il culo e vai al cesso, se vuoi apri Instagram e attacca a scrollare, toccati con la tua tipa, ma non rompere i coglioni.
Pausa. Adesso c’è la nostra violenza.
Spezza la linea piatta, dà una scossa allo squallore del vostro quotidiano. Le scene pietose in cui vi lagnate senza costrutto e allo stesso tempo non fate nulla per cambiare un presente di triste sopravvivenza, “e l’omo campa”. L’orizzonte che si chiude minaccioso sopra le vostre teste e vi schiaccia. Il vostro piccolo, triste mondo antico, l’unico che vi sembra possibile immaginare.
Il maranza è il sintomo più devastante - e drammatico, fuor di retorica, qui non ci si racconta favolette del cazzo - della malattia sistemica che l’organismo europeo ha imparato a ignorare, trattare come normale amministrazione. È la manifestazione brutale della speranza che qualcosa, finalmente, possa ancora spezzare il ritmo di una società che ha rinunciato a vivere, a rischiare. Il patogeno che allerta il sistema immunitario sociale, di un corpo d’Europa attaccato alle macchine da anni, vegetale senza nerbo. I medici la chiamano la lucidità terminale del paziente in fin di vita. La devastazione del maranza è il nostro momento collettivo di lucidità terminale.
La devastazione del sedicenne di seconda generazione – sì, ci stanno anche i bianchi là in mezzo ma la dinamo sono i neri, lo sanno tutti, se siete mai stati anche solo una volta in una metro a Milano, i pugni stretti nelle tasche, pronti a tirare cazzotti a destra e a manca, a quel gruppetto di italo marocchini che vi fissa da dieci minuti e progetta di rovinarvi il sabato sera. La dinamo è sempre nera.
Il maranza, la teppa – wesh, j’suis un racaille!…c’est la vie, fréro… - riporta a galla ciò che tentiamo di nascondere sotto la superficie compatta dell’acqua: l’esaurimento della capacità innovativa, l’incapacità di costruire una visione comune, la rottura del patto intergenerazionale. Triste.
La violenza del maranza è violenza. E basta. Quella dei veri emarginati, dei veri esclusi, della feccia che la società produce e poi ghettizza. Non ha tempo da perdere, non si lagna col megafono, non lamenta di essere inascoltato, come fanno quelli coi capelli blu o i catto-reazionari. Perché il maranza è il vero alienato: non conosce a quali bacini ideologici potrebbe attingere, con quale repertorio di rivendicazioni e autocoscienze di classe potrebbe rivestirsi.
La sua violenza grezza scrosta dalla piazza la vernice ideologica e riduce lo scontro alla sua nudità materiale. Una volta distrutta la scenografia, lascia emergere il vuoto: l’assenza di una risposta politica che non sia la repressione, di fronte alla rabbia dell’ultima ruota del carro sociale.
Il potere può lasciarvi liberi di scendere in piazza, riempire i vostri profili di reel e post delle manifestazioni a testimonianza della vostra verticalità morale. Non ha bisogno di reprimere: gli basta che ciascuno reciti la propria parte. E così il conflitto viene messo in scena, esibito e consumato. La protesta diventa parte dello spettacolo che crede di contestare, poi tutto torna come prima.
La vetrina sfondata non sarà un gesto di profonda consapevolezza politica, nemmeno uno slogan da manifestante-influencer, confezionato per esibire la propria coscienza civile.
Eppure, politicamente, pesa cento volte tanto. Non perché pretenda di cambiare davvero le cose sul lungo termine, ma precisamente perché non gli interessano le critiche tanto razionalmente ineccepibili quanto politicamente inoffensive. Mette a nudo la sterilità di una società che ha elevato il proprio immobilismo - altrimenti detto “stabilità” - a comandamento inviolabile della vita politica.
Quella vetrina non protegge una borsa di lusso, ma la vostra illusione che un regime di amministrazione controllata e lenta sedazione sia quello che ci meritiamo. Come destino collettivo. Il maranza sedicenne – per le strane eterogenesi dei fini che abitano la storia dell’uomo, soprattutto nei suoi momenti decisivi – è malgré lui sponsor del riformismo più esigente, anche se non lo sa e soprattutto non gliene fotte una sega.
La sua violenza ha una forza immaginifica non perché sappia indicare una direzione o prefigurare un futuro ma perché manda in frantumi la vetrina dietro cui abbiamo rinchiuso ogni possibilità di immaginarne uno diverso. La sua pietra distrugge l’allucinazione collettiva che un’alternativa sia impossibile. Irrompe in un presente d’immobilità declinante e svela, inconsapevolmente, che il punto a cui siamo arrivati non è più accettabile. Anche se lui non ne sa nulla: vuole semplicemente portare la pochette Gucci alla sua petite bébé.
Non trasformate quei sedicenni ignoranti e rumorosi in eroi, non fatene nemmeno dei mostri. Non assegnate loro una missione morale di cui non vogliono minimamente farsi carico, non confondete la loro capacità di rompere un equilibrio con quella di costruirne uno migliore.
Non tutto ciò che distrugge libera, non tutto ciò che è nuovo è buono. Ma tutta la violenza è rivoluzionaria. Rivoluzionario. Re-volvere, dietro-volgere. Colui che ribalta, fa compiere un ribaltamento rispetto allo status quo.
Certo, la distruzione può generare ulteriore distruzione. La rabbia può rivolgersi contro i più deboli, la rivolta può degenerare in una ripetizione grottesca delle gerarchie che pretende di abbattere. Si fornisce al potere il pretesto perfetto per serrare le tenaglie, la paura del caos diventa la sua più incontestabile legittimazione.
È tutto vero. E difatti, la violenza grezza del maranza è rivoluzionaria solo nel senso molto ristretto e preciso che si è detto: non perché sappia delineare un futuro diverso, ma perché ribalta la pretesa che l'esistente sia dato una volta per tutte.
La sua forza immaginifica sta proprio qui, nel campo delle possibilità che riapre. Rompe l’incantesimo della normalità mortifera, rende visibile il conflitto che l'ordine sociale vuole risolto, solo perché reso invisibile. Non lo risolve, né gli dà una direzione. Semplicemente lo strappa al silenzio. È caos allo stato puro, la spaccata che apre le partite di biliardo.
Quando i cocci vengono raccolti e la strada ripulita ci affrettiamo a dichiarare tutto risolto. Soltanto perché le borse riposano splendenti e ammiccanti dietro le vetrine.
Vogliamo veramente sacrificare la verità del conflitto per difendere il diritto delle borse Louis Vuitton di riposare serene dietro le vetrine del centro?
Proteggendo le vetrine, proteggete molto più di un oggetto di lusso: l’immagine rassicurante di un ordine che vorrebbe continuare a presentarsi come naturale e pacificato. Indiscutibile. Il maranza è l’agente inconsapevole del conflitto che il teatrino retorico della politica, le proteste trasformate in prove pubbliche di coscienza civile non riescono più a contenere.
Le strade diventano teatro di guerriglia, le città mostrano crepe incolmabili. È accaduto a Parigi, a Marsiglia, a Milano.
La violenza priva di direzione apre una breccia. E sì, non la può attraversare. Abbatte un ordine ma non è capace di fondarne uno nuovo. E quindi? È veramente questo che vogliamo chiedere, ai maranza? Che ci consegnino già pronto il programma del mondo a venire? Le proposte, al dettaglio?
Non chiedete a questa piazza di analizzare la propria rabbia cieca e inconsapevole, stupida. Il malessere precede i ragionamenti di chi lo vive. È ridicolo pretendere autocoscienza politica in cambio del diritto di essere il prodotto dei fallimenti di chi governa da decenni.
Piuttosto, fatela finita coi cartelloni del cazzo. Voialtri. Che intimate ai maranza di fare silenzio, non compromettere la rispettabilità delle vostre piazze, non rovinarvi l’inquadratura mentre posate per fotografare la vostra virtù civile.
Voi coi capelli blu e le facce acide, il vostro bisogno malato di ricevere le attenzioni che non vi hanno dato da piccoli. Di gridare al cielo che voi siete i veri perseguitati, perché non esiste ancora il bonus felicità.
Voi che sventolate la bandiera palestinese e portate la kefiah. Volete la pace a tutti i costi, dite. Anche quando è ingiusta, anche quando andrebbe chiamata resa all’aggressore. Scendete in piazza per il carovita, ma sui vostri cartelloni leggo “basta riarmo! basta armi a Kiev!”. Eppure il sostegno militare agli ucraini finora è costato 11 euro all’anno per abitante italiano. Meno di un euro al mese. Evidentemente per voi la difesa della libertà e dei diritti umani non vale nemmeno questo prezzo.
Certo che ci sono anche i costi nascosti. Su tutti, quelli sulla filiera del petrolio: i prezzi alla pompa che salgono - specie per il diesel - anche a causa della sistematica distruzione delle raffinerie russe da parte dei droni di Kiev. Ma perché nei vostri slogan non leggo i nomi di Putin, di Trump? Di chi compie o appoggia genocidi, viola sistematicamente il diritto internazionale, persegue senza scrupoli i propri interessi imperialisti scatenando guerre e crisi internazionali che destabilizzano i mercati e alimentano il caroenergia? Finendo per pesare sulle tasche di tutti. Perché prendersela con gli ucraini che difendono la propria vita e la propria libertà, anziché con chi li vuole morti o schiavi?
La kefiah e la bandiera di Palestina sono solo i vostri distintivi di virtù, non una causa esistenziale da difendere, in cui credete veramente. Altrimenti non andreste in piazza per i civili di Gaza, mentre calpestate quelli di Bucha e Mariupol. È la stessa sacrosanta battaglia, a difesa degli oppressi, ma voi siete troppo concentrati su voi stessi.
Se da un lato vi autoproclamate paladini del popolo palestinese, dall’altro lo pugnalate alle spalle. Lo tradite abbandonandone il fratello, l’ucraino che resiste all’aggressione dei fascio-imperialisti russi.
Non è che crediate nella pace più di quanto crediate nella giustizia: è che non credete davvero né all’una né all’altra. Dite quello che pensate veramente, qualunque cosa pensiate.
Dite che i vostri principi morali finiscono dove comincia la bolletta. Che l'Ucraina non fa parte del sud globale, quindi non merita la vostra solidarietà. Che continuate a leggere il mondo attraverso categorie ideologiche ereditate dalla Guerra fredda e avete, in fondo, scelto da che parte stare: con Mosca. Che il vostro anti-imperialismo - sacrosanto - si esaurisce non appena la violenza indossa una divisa diversa da quella americana o europea. Ma per favore: dite la verità, non siate ipocriti.
Voi coi capelli rasati e le facce indurite, vi bevete le cazzate di quelli che dicono di mettere la patria al primo posto: con la destra salutano romanamente, con la sinistra prendono le mazzette da chi vuole l’Europa divisa e schiava.
Tutti voi. Utili idioti, siete solo utili idioti. Vi osservo, vi sento, e dico: viva la violenza immaginifica del maranza. La sua ignoranza crassa, la scarpa Amiri e le tute total black. I vostri slogan asfittici, i vostri cartelloni puzzano di muffa, siete dei mentecatti. Magari ci siete pure andati, a studiare, e non avete capito un cazzo. Coi soldi di mamma e papà, soldi buttati al cesso.
Studiare seriamente e capire la realtà. Un anno di lavoro, saper leggere una cazzo di busta paga. Questo! Questo vi farebbe troppo bene. Ma siete troppo protetti per fare una vita del genere. Mica siete come i maranza.
Già vi sento berciare. «Il maranza è solo un violento! Non ha consapevolezza politica! E poi, secondo te questi studiano? Lavorano?». Ma no, non credo. Perlopiù bivaccano, spremono le famiglie e i pochi risparmi che hanno, vivono di sussidi, di piccoli reati, al più spingono la merce. Ma poi guardo voi e penso: meglio questo, che pagare università fallite per farsi spiegare cosa bisogna pensare; scendere in piazza tutti acchittati per farsi fare due foto, postarle solo perché è il trend il trend del momento.
Sui libri che non leggete perché vi basta mandare a memoria la manfrina dei vostri influencer politici preferiti, sulle buste paga che non vi siete mai sforzati di leggere perché non volete capire chi sono i veri sfruttatori: c’è tutta la verità.
I veri rapporti di forza. Le ingiustizie, le predazioni e i soprusi. Gli effetti concreti e letali delle vostre frasi vuote, delle illusioni dietro cui vi nascondete per non vedere la realtà. Di chi vi promette che farà il bonus capelli viola, che caccerà tutti i negri da questo paese, così finalmente…puff! Dei problemi, nemmeno più l’ombra. I libri seri e le buste paga. Non mentono mai. Bruciate i manuali di Cultural Studies, i pamphlets sulla remigrazione: sono buoni per il camino l’inverno e il falò a Ferragosto. Fate il gioco di quelli che ve la mettono in culo, ripetete come bot le frasi che vi inchiodano al presente che odiate, chiusi a doppia mandata e senza futuro. Fate pure, continuate a gridare. Forte! Più forte! Gridate e scrivete le vostre cazzate sui cartelloni. E poi andate a fare in culo
Tutti si sono dissociati senza se e senza ma dalla violenza. Pareva quasi che ogni rottura dell’ordine fosse necessariamente un’aberrazione, ogni ritorno alla normalità una vittoria dei buoni. Questa è un’idea molto comoda e ingenua. La violenza può essere politicamente povera, senza essere per questo socialmente incomprensibile, dunque degna d’attenzione.
Le condanne più dure della violenza maranza - fatte salve quelle scontate del governo - non sono arrivate tanto da chi aveva riempito le altre piazze di protesta, quanto da un altro tipo umano. Lo stupidotto per eccellenza, il retore per antonomasia. L’intellettuale progressista della ZTL. Si dichiara rivoluzionario – l’agenda dei buoni propositi della gauche caviar - e poi, davanti alle scene di violenza, scopre improvvisamente di essere un fervente custode dell’ordine. Ohibò, e com’è possibile? Per lui la rivoluzione è accettabile soltanto finché non interrompe davvero la normalità. Finché gli consente di prodursi in un discorso raffinato e inventare una nuova categoria sociologica, tutti i suoi patetici mezzucci per farsi assegnare un seminario universitario, per farsi pubblicare il libricino dall’editore amico, con la stessa tessera di partito. È disposto ad accettare la contestazione come oggetto di studio, non come evento che può mettere in crisi le sue categorizzazioni sclerotiche. Predica la sovversione e si scandalizza quando qualcosa sovverte davvero.
Sì, quella del maranza non è una protesta studentesca. Non è nemmeno, come si sostiene a destra, un problema di integrazione delle seconde generazioni. Il maranza, bianco e nero, è il prodotto delle periferie, dell’esclusione sociale, della disgregazione dei legami, dell’assenza di prospettive credibili. Figlio di un mondo che ha smesso di offrire ragioni per essere abitato, senza attori capaci di organizzare il malessere, trasformarlo in una rivendicazione collettiva.
È qui che la faccenda si fa interessante. Ha ragione, l’intellettuale della ZTL, a dire che questa rabbia non dispone di una struttura e un pensiero collettivi, leader riconosciuti.
Sì, prevale l’individualismo. La rabbia viene espressa per conto proprio e la protesta si consuma così nel gesto stesso. La vetrina sfondata, il saccheggio, l’appropriazione degli oggetti che rappresentano - forse meglio di qualsiasi altra cosa - le diseguaglianze sociali contro cui ci si arma istintivamente di passamontagna e odio. C’è una rabbia cieca che si esprime nel furto degli oggetti del lusso e nella distruzione dei simboli di un ordine dal quale ci si sente esclusi. La rabbia dei nati ai margini della società finisce per rapinare gli oggetti che prima la tenevano ostaggio della loro irraggiungibilità. Il maranza vuole violare, per qualche istante, la vetrina che lo separa dal mondo in cui vorrebbe disperatamente entrare.
Esiste una componente scarsamente razionale dello sfogo per lo sfogo.
L’intellettuale della ZTL qui ha ragione, questo è un limite politico enorme. E quindi? Constatare che in una protesta esista un deficit di consapevolezza politica non la priva di dignità.
Farne il punto decisivo, invece, è classista. Reazionario. Pretendere che gli esclusi dimostrino di aver già acquisito gli strumenti politici e culturali che la loro stessa condizione contribuisce a negare. Gli intellettuali della ZTL, spesso ex sessantottini, sono classisti e reazionari. Punto.
Chi vuole capire la realtà, anziché usarla come trampolino per vedere confermati i propri bias ideologici, deve compiere questo sforzo.
Ma niente, eccoli arrivare.
I grandi vecchi della rivoluzione. I sessantottini fuori tempo massimo, i professionisti della contestazione. Una vita passata a raccontare quanto fosse bello quando il mondo sembrava ancora sul punto di cambiare. Hanno visto fallire i propri sogni, poi hanno imparato a convivere con un presente messianico: in attesa della venuta di un novello Marcuse. Alla fine - quelle tristesse! - hanno trasformato la rivoluzione in un patrimonio personale. Autoproclamatisi unici interpreti autorizzati, registrato il marchio della rivoluzione a loro nome.
E ora che la rabbia riappare? Ricicciano fuori, ma non per capire. Sotto sotto sperano ancora di essere chiamati in causa, questa è la verità. Finalmente, poter contare qualcosa. Nel maranza, trovare la manodopera che realizzi la rivoluzione che loro hanno mancato. Non vogliono capire, vogliono la claque che li acclami, poter mettere sopra le proteste la propria firma.
Ma, lo capite da soli, questi due mondi non possono dialogare. Il maranza e le mummie del ’68. Fa già ridere così, eheheh!
Non possono più fare la rivoluzione: né in prima persona, né per interposto maranza.
E allora partono le scomuniche. Vogliono almeno conservare il monopolio interpretativo e stabilire a quali condizioni gli altri possano protestare. Attaccano a screditare, svelando infine la loro grettezza, i loro pruriti classisti e reazionari. Non sono sinceramente contrariati perché la rivolta non ha ancora trovato una forma politica (come detto sopra, questo è vero, ed è legittimo pensare che sia un punto a suo sfavore). Sono scandalizzati perché non ha chiesto a loro quale forma darsi.
«Ah! Il ’68! Il ’77! Eh! Quelle sì, che erano rivoluzioni! Voi non leggete più libri, con tutte quelle serie tv, mah! Non avete capi politici, una struttura partitica dietro! Dov’è finito il centralismo democratico? Così, ragazzi, mica si fa la rivoluzione! Siete buoni solo a far casino, voialtri, mah! Eh, ai tempi miei…»
Quasi vi sento, dai vostri studioli lindi e pinti. Il salotto intonso, ché la filippina ha finito di pulire giusto giusto un quarto d’ora fa.
«E adesso, sia resa grazia a Dio (ndr, Marcuse), posso finalmente riposare sulla mia poltrona preferita. Per un’ora, un’ora soltanto. Potrò riflettere su quanto si potrebbe, oggi, imparare dal ’68. Avevo 18 anni, sapete?! Eh! Che tempi. Devo fare in fretta, però, poi dovrò scappare. Ho un invito. La presentazione del libro della mia carissima amica, D*******a D* C****e. Ci sarà anche M*****o R*******i!
(ndr., bonus Feltrinelli al primo che indovina nei commenti i due personaggi, non spendibile online ma solo nei negozi fisici, se ne troverete di aperti e non ancora devastati - buona fortuna! Ah, quasi dimenticavo, il buono è utilizzabile solo presentando la tessera del PD)
D*******a ha scelto una sala confevenze in pevifevia, pevché la dottvina deve esseve elavgita anche agli zotici. Il titolo è “Pev una fenomenologia emancipatvice delle libvevie nelle pevifevie post-industviali: appunti pev una pvassi vivoluzionavia della lettuva”»
La vostra grande illusione: che voialtri dobbiate a tutti i costi elargire una coscienza politica compiuta alla rivolta. Voi che vi arrogate il diritto di parlare in nome di coloro che protestano. Per voi la ribellione è legittima solo quando si lascia amministrare. Perché c’è chi decide la direzione e chi è chiamato a seguirla. Giusto? Ma una rivolta che ha bisogno di un professore per riconoscersi rischia di essere già una rivolta amministrata, e una rivolta amministrata è una rivolta che ha smesso di fare paura.
Voi, barricaderi a parole, una vita a declamare le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione. Poi, quando qualcuno sfonda qualcosa, ci spiegate che lo fa nel modo sbagliato. Perché il maranza non vi legittima, come maître a pensér della rivolta. Quest’è.
2 - Il vuoto della classe dirigente, la dittatura gerontocratica
Siamo morti. Fermi al palo.
Non cresciamo. Invecchiamo, perdiamo terreno rispetto al mondo che va avanti. Più grave di tutto: non abbiamo più la capacità di immaginare un futuro. Stiamo amministrando quello che resta del nostro cadavere, siamo occupatissimi a lucidare le maniglie di un edificio che cade a pezzi. Il nostro capolavoro è una macchina amministrativa che funziona benissimo, purché non le si chieda di produrre cambiamenti concreti.
E allora eccoli, i nostri vecchi. Non necessariamente vecchi d’età, ché la giovinezza anagrafica non ha mai impedito a nessuno di essere un cadavere ambulante.
La classe dirigente parassitaria che ha ricevuto dal passato tutto quello che poteva ottenere adesso pretende di conservarsi, preservare le condizioni, insostenibili, che l’hanno resa tale. Dirigente, senza saper dirigere un cazzo. Solo, sopravvivere. Arrivare alle prossime elezioni, conservare il consenso, occupare la poltrona, riprodurre se stessa. Ha un’unica visione del futuro: il prossimo rinnovo del mandato.
E mentre questi signori si fanno fotografare con l’aria grave di chi sta salvando la civiltà, il conto lo pagano gli altri. I giovani precari, i lavoratori sottopagati, i figli disgraziati di famiglie senza patrimonio, le generazioni che ereditano un continente indebitato e pensato a misura di vecchio. Avete incassato i dividendi del passato e scaricato sul futuro i costi della vostra irresponsabilità. Poi vi siete messi sulla porta a fare i custodi. Distribuite patenti di legittimità politica a chiunque osi non dico farsi largo, solo domandare che fine abbia fatto il domani.
È questa la vostra opera d’arte, la truffa politica del secolo: un patto intergenerazionale sui generis in cui una parte incassa e l’altra eredita le fatture. Un gioco in cui vincete sempre voi. Avete le carte truccate, ma le regole dicono che i perdenti dovrebbero pure ringraziarvi. “Per la stabilità”, c’è scritto. Ma quale stabilità? La stabilità, di chi? In quale oscurissimo senso, si parla qui di “stabilità”?
La stabilità, forse, di chi si conserva come una reliquia, mentre il resto del mondo prova a produrre benessere diffuso, innovazione, capacità industriale, ambizione. Il nostro è un museo della tristezza molto ben amministrato, non c’è che dire. Nelle sue stanze polverose novità fa rima con pericolo. Iniziativa con sovversione. Ogni rischio deve essere preventivamente neutralizzato. Dio, che meraviglia! Un’intera civiltà messa in sicurezza dalla possibilità stessa di vivere.
Il problema è che la prudenza, quando diventa l’unica ideologia di chi comanda, smette di essere una virtù. Diventa un alibi, un alibi che nasconde atroci delitti.
E se qualcosa minaccia questo magnifico equilibrio di morte - una nuova tecnologia, un processo di trasformazione industriale, un imprevisto qualsiasi, chessò, un maranza incappucciato davanti al Duomo – wesh! Le mec c’est trop chaud! - ecco che gli corrono appresso.
Forza, non c’è tempo da perdere! Stiliamo una procedura! Istituiamo una commissione! Un protocollo! Ci serve una cornice regolatoria! Eh?! I maranza?! Adesso pure i maranza, puttana la troia! Avanti, serve un nuovo decreto! Il riconoscimento facciale! Presto! Presto!
Il vostro ideale di sicurezza è un mondo in cui non accade più niente. E il risultato è che, dopo aver impedito per anni che accadesse qualcosa, adesso qualcuno si lamenta perché non accade più nemmeno il futuro. Vogliamo bastonarli, questi disgraziati? Fate pure, mi pare il legittimo gioco delle parti, lo dico senza retorica. Ma dopo che li avrete bastonati, per favore, non raccontate a reti unificate che magicamente il futuro tornerà a bussare alla nostra porta.
Naturalmente, per mantenere in piedi questa baracca, avete bisogno di ideologie che sembrino combattere fra loro. Perché la messinscena del conflitto fa bene al botteghino e aiuta a sfiatare i bollori sociali.
Peccato che queste idee finiscono tutte, ciascuna a modo suo, per proteggere l’esistente.
C’è chi vuole redistribuire meglio quel poco che resta, come se una civiltà potesse emanciparsi limitandosi a spartire le briciole. Populisti acchiappa consenso a colpi di sussidi e bonus, spremono chi lavora e danno un calcio alla lattina, incapaci di risolvere i problemi alla radice.
C’è chi strepita contro Bruxelles in nome della patria e poi si inginocchia davanti al primo imperatore d’oltralpe, disposto per interesse predatorio a restituirgli uno sputo di dignità provinciale. Sovranisti fascisti e venduti, vassalli di imperatori stranieri. Sventolano la bandiera nazionale ma sono traditori sotto contratto, il cui unico compito è smantellare l’Europa dall’interno e diffondere fanatismi ottusi. Le pedagogie dell’obbedienza che abituano i popoli alla sudditanza.
C’è chi confonde il destino europeo con la creazione di una macchina burocratica infernale. I sacerdoti della regolamentazione di Bruxelles vogliono riconvertire una civiltà della libertà a colpi di divieti e diktat.
Cambia il catechismo, cambia il nemico da esibire al pubblico. Ma provate a chiedere loro – lontano dalle telecamere, dove recitare è d’obbligo - chi si assumerà i rischi, chi avrà il potere di trasformare davvero le condizioni materiali della vita degli europei. Chi, banalmente, realizzerà gli scenari rosei che promettono a ogni tornata elettorale. E come intendono realizzare, concretamente, tutto questo. Vedrete, d’un tratto, tutta questa sapienza politica ridotta a un patetico balbettio.
Voi vedete la devastazione dei bambini selvaggi a Milano e non quella, silente e indefessa, infinitamente più dannosa, che per decenni ha distrutto questo continente dall’interno. Il verme solitario che ha divorato gli organi interni del corpo europeo. E questa devastazione, veramente, volete imputarla a quattro mocciosi rachitici e celebrolesi? A chi scende in strada avendo solo chiaro in testa che vuole la borsa Vuitton che ha visto addosso al suo trapper preferito? Dimenticando, per il tempo di un pomeriggio, la sensazione di disagio, fortissima, che ogni giorno prova nel bilocale di periferia in cui abita con la madre, separata e disoccupata.
Ma voi, esattamente, chi pensate di prendere per il culo?
Le bombe ci vogliono, altro che i maranza, per Dio.
Non vorrei nemmeno parlare, qui, del ruolo che paesi stranieri hanno avuto nel fomentare - non nel causare, né organizzare - le proteste. Russia in prima linea.
Le accuse sono tutt’altro che implausibili, i metodi perfettamente coerenti con altri casi di guerra ibrida già documentati. Per dovere di verità, diremo che il coinvolgimento russo in questi episodi specifici deve essere ancora dimostrato in via definitiva.
I fatti. In questi giorni, a Milano, alcuni ragazzi hanno raccontato di essere stati aggiunti a una chat Telegram poi scomparsa. Inviti fumosi a protestare contro il carovita, poi l’incitazione a raggiungere il Duomo. “Fra, mi hanno detto che qualcuno spaccherà le vetrine, andiamo e ci facciamo le scarpe, le felpe, hai capito?!”. Altre chat, nate su WhatsApp, migrate su Telegram e Signal. I negozi da prendere di mira.
Finita la devastazione, la seconda ondata. Sulle chat sono comparsi audio e storie che annunciavano stupri, ronde, aggressioni agli stranieri, assalti alle università. Tutto, mai confermato. Video di anni fa riproposti come se documentassero violenze in corso. Ma il risultato, quello sì, era reale. La paura, i negozi che svuotano le vetrine, gli studenti che restano a casa, una città preda del confine tra minaccia effettiva e annunciata, tra realtà e digitale.
La logica della destabilizzazione sta alla base della guerra ibrida russa. Esasperare il conflitto, spingerlo verso i suoi vicoli ciechi, poi sfruttare il panico che ne deriva per alimentare il sospetto ed esasperare la divisione sociale. La sua ambizione non è tanto convincere gli occidentali della bontà delle rivendicazioni russe ma indebolire la fiducia reciproca, esasperare i conflitti interni.
La distinzione essenziale è questa: la disinformazione più efficace non è quella che si adopera per creare dal nulla un conflitto sociale ma quella che ne prende uno già esistente e lo cavalca, esaspera, strumentalizza e manipola fino a renderlo incontrollabile. Il tutto utilizzando identità digitali opache e profili fasulli, manodopera a basso costo reclutata in paesi come Ghana, Nigeria e Messico (ma non solo). I russi delocalizzano il lavoro digitale a basso costo che inquina il dibattito pubblico digitale. Queste sono operazioni d'influenza riconducibili all'ecosistema propagandistico del Cremlino.
È evidente che gli autoritarismi abbiano tutto l’interesse a soffiare sul fuoco delle rivolte, ad allargare le fratture già aperte nelle società occidentali. È evidente, tanto più quando si tratta di regimi imperialisti falliti, messi alle corde dalle proprie ambizioni, impantanati in guerre che immaginavano brevi e indolori, comode parate militari attraverso le pianure ucraine fino a Kiev che si sono trasformate in incubi strategici. Quando gli imperi che si pensano invincibili vengono bastonati tentano di esportare il caos. Quando non riescono a piegare il nemico sul campo, possono provare a logorarlo dall’interno sfruttando antagonismi e lacerazioni sociali, alimentando il risentimento ed esasperando le divisioni. Perché mentre consumiamo energie nel conflitto interno e l’attenzione pubblica resta inchiodata ai disordini, loro guadagnano margine di manovra, possono perseguire i propri interessi indisturbati.
La guerra ibrida è questo. Non occorre inventare una rivolta dal nulla quando si può intercettare un malessere reale, esasperarlo, sfruttarne gli effetti devastanti usandolo come arma contro la società che lo ha prodotto.
Eppure. Come per i maranza, anche qui il ragionamento deve approfondirsi, cercare le trame profonde della realtà. Non dobbiamo essere superficiali, non ce lo possiamo permettere. Non è sostenibile affermare che questi disordini siano stati causati da agenti stranieri, né che la rabbia di chi scende in piazza sia una messinscena fabbricata altrove. Sarebbe l’alibi perfetto per chi, da dentro, ha lasciato marcire le condizioni da cui quella rabbia nasce.
Le cause sono qui, davanti a noi: le ferite sono reali, le rivendicazioni vere, profonde, sacrosante e degne di rispetto. Non diventano meno vere perché qualcuno tenta di strumentalizzarle. L’interferenza esterna può sì aggravare il conflitto e moltiplicarne gli effetti, allargarne le crepe, per carità. Ma questo non ne spiega le cause. La risposta non può essere liquidare la piazza come una quinta colonna
La responsabilità della devastazione, di Milano, Parigi, dell’Europa tutta in questi giorni e in questi anni ricade soprattutto su chi avrebbe dovuto dare una direzione alla realtà e non ne è stato capace. Chi aveva il potere e il dovere di decidere ma ha preferito conservarsi, se stesso e i propri piccoli, squallidi privilegi, in uno stato semi larvale. Chi ha amministrato il declino presentandolo come un destino inevitabile, ricorrendo a toni teatrali e apocalittici, chiesto ai giovani di essere ragionevoli mentre gli consegnava un mondo sempre meno ragionevole da abitare.
C’è una sola cosa da fare: riconoscere la verità del malessere e innalzare il livello dello scontro, inchiodare alle proprie responsabilità la classe dirigente europea pretendendo, anche in maniera violenta, che la sua ignavia non duri per sempre.
Non soltanto i parvenu che l’investitura elettorale ha promosso, da un giorno all’altro, al rango di notabili. Prima di tutto, l’altra classe dirigente, ben più antica e ben più colpevole, che ha conservato tutti i privilegi del comando senza assumersene gli oneri. Quella che avrebbe dovuto governare in ragione dei suoi mezzi e delle sue relazioni, del suo posizionamento privilegiato nel corpo sociale. Avrebbe dovuto, se non altro per quel senso di responsabilità storica che un tempo si pretendeva accompagnasse il privilegio. E che invece, per decenni, ha preferito la comoda, silente latitanza nei consigli d’amministrazione, nelle carriere scintillanti, nella gestione oculata e appartata dei propri interessi.
Preferito tutto questo, a cosa? Alla responsabilità di misurarsi con il destino collettivo. Ha lasciato la politica ai parvenu e poi ha assistito, dai propri salotti, al suo progressivo scadimento. Ha conservato il rango senza esercitare la funzione. Troppo comodo, signori. Avete scambiato il privilegio per un patrimonio da mettere a rendimento e la vostra responsabilità storica per un rischio da delegare. Il punto non è nemmeno che avete governato male: semplicemente, avete disertato il governo. Vergogna.
Dove siete stati per tutto questo tempo? Dove siete, adesso?
I maranza sono irrilevanti. Chiamata in causa - per i fatti di Milano e di Parigi e per tutti questi anni di morte lenta del continente – deve essere la classe dirigente europea tutta.
Il regime gerontocratico che ha contribuito a instaurare nel continente: tanto con le proprie decisioni quanto con le proprie omissioni.
Con le prime hanno assecondato in tutto e per tutto la constituency che li avrebbe votati: masse irresponsabili e egoiste che hanno sfasciato i conti pubblici, per godersi un presente tanto scanzonato quanto squallido. Perché il maiale vuole mangiare sporco e dormire pulito.
Con le seconde, le loro omissioni, si sono sottratte alla responsabilità di assumere le decisioni difficili, rimandato in eterno le riforme necessarie a preservare il futuro del continente.
Il problema non è tanto che le posizioni di potere siano prevalentemente occupate da vecchi. Come si è detto, la giovinezza anagrafica non ha mai impedito a nessuno di essere un cadavere ambulante.
Il vero dramma è che l'intero orizzonte politico è stato progressivamente modellato sulle generazioni nate, orientativamente, tra il dopoguerra e la fine degli anni ‘60. Prima, quando erano giovani adulti, sulle loro esigenze. Poi, con il progressivo invecchiamento delle stesse, sulle loro paure: quelle di chi ha già consumato il proprio tempo e non ne ha poi così tanto davanti a sé.
I numeri restituiscono la dimensione di questo squilibrio generazionale: nel 1970, in Italia, gli under 30 rappresentavano il 46% della popolazione. Oggi sono appena il 27%. In poco più di mezzo secolo, il loro peso demografico si è ridotto di quasi venti punti percentuali.
Una trasformazione che ha conseguenze anche sul terreno politico, ovviamente. Gli under 30 hanno un peso sempre minore nella definizione delle priorità collettive e nella costruzione del futuro. Ecco perché l’orizzonte politico è funzionale a proteggere patrimoni e rendite, posizioni ed equilibri consolidati. La sua priorità è la riduzione del rischio, le decisioni forti e necessarie vengono sistematicamente rinviate e qualsiasi possibile trasformazione sacrificata sull'altare della continuità.
Il regime gerontocratico europeo vede la politica come amministrazione delle macerie. Ai giovani chiede di essere ragionevoli, pazienti, flessibili, di adattarsi. Abitare con compostezza un mondo che altri hanno progettato per loro.
Questo è il tumore silenzioso che ci condanna a morire lentamente.
Ma ci limiteremo a parlare di mocciosi col passamontagna, queste settimane. Come tutte le società in declino che hanno rinunciato alla possibilità di guarire.
Sotto ogni civiltà riposa un’immensa miniera di barbarie. Un magma sotterraneo, in perenne movimento, che logora dall’interno la sanità - presunta - dell’ordine costituito.
Il senso comune dà al termine “barbarie” una connotazione negativa, intesa come arretratezza culturale e sociale.
La immagina quasi sempre come un agente patogeno veicolato da individui che arrivano dall’esterno: assaltano una società e la travolgono. È una spiegazione molto comoda, ma semplicistica.
In realtà la barbarie così intesa nella storia umana quasi mai è arrivata da fuori. Più spesso ha covato dentro la civiltà stessa. Sotto le sue buone maniere, dietro le sue vetrine intatte. Quelle che ne custodiscono le illusioni, rimandano il momento in cui si accorgerà di aver esaurito la sua missione storica.
Quando i “barbari” germanici varcarono - a più ondate, in momenti diversi, lungo diverse rotte, non in un unico grande assalto come vuole la vulgata - il Limes dell’Impero non distrussero una civiltà solida e sana. Piuttosto, risanaro un ordine già logorato dalle proprie contraddizioni. “Barbarie” non come agente patogeno, quindi, ma terapeutico. La loro irruzione contribuì a seppellire un cadavere lasciato in stato di decomposizione. Dalla dissoluzione di Roma prese forma una nuova ricomposizione storica, nata dall’incontro e dallo scontro tra eredità romane, cristiane e germaniche.
Questa non è un’apologia del Progressismo, una di quelle favolette naïf sul melting pot. Non è nemmeno un paragone letterale tra i popoli delle “invasioni barbariche” e i maranza.
È un promemoria: vedere nelle migrazioni il patogeno che uccide una civiltà è sbagliato. Non perché il meticciato sia una contaminazione da tollerare in nome di qualche supposto bene morale superiore. Ma perché è la storia a dirci che è una delle sue forze generative più potenti. Ricombinazione necessaria di linguaggi e immaginari, ricambio di energie attraverso cui le società si trasformano e tornano a generare futuro. Il meticciato non è positivo o negativo: è necessario.
Sì, non ogni incontro è pacifico, non ogni esito della mescolanza è necessariamente felice. Ma tutte le civiltà che si sono messe in quarantena hanno finito per morire di una morte lenta. Non restano vive conservandosi identiche a se stesse ma entrando in relazione con ciò che è diverso, assorbendolo e rielaborandolo.
Questo processo, naturalmente, non si compie da sé. Perché si possa tradurre in nuove forme ricombinatorie occorre una struttura capace di metterle in relazione e dar loro una direzione, convertendo il conflitto in rinnovamento.
Guarda caso precisamente quello che la classe dirigente europea ha lasciato marcire.
Vogliamo davvero imputare agli immigrati o ai maranza la fragilità delle nostre società? Raccontarci che la crisi sistemica in cui viviamo da decenni sia imputabile all’aver lasciato che qualcuno varcasse i sacri confini della patria?
O vogliamo chiederci perché quell’ordine abbia smarrito la capacità di accogliere e trasformare le energie che lo attraversano? Perché abbia smesso di offrire prospettive e generare futuro? Perché chi aveva il potere di rinnovarlo abbia preferito conservarlo, amministrando il declino e chiamandolo stabilità?
Io dico che questa, molto più dei maranza e delle vetrine sfondate, è la vera “barbarie”.
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